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mercoledì 18 febbraio 2026

Milano Cortina 2026: Olimpiadi senza numeri: il vero spettacolo è negli atleti


Mentre le Olimpiadi di Milano‑Cortina stanno chiudono i battenti, tutti i giornali, le TV, i social parlano di numeri, di classifiche, di medagliere: chi ha più ori, chi domina, chi ha perso. Di Italia al secondo posto dietro alla Norvegia.

Mikaela Shiffrin

Come se lo sport fosse una guerra tra nazioni, come se contassero più le bandiere che i corpi, più i colori dei caschi che il sudore degli atleti. 

Ma non è così. Le Olimpiadi non sono una battaglia tra Stati.

Sono una somma di eventi individuali, uno per uno, atleta per atleta, istante per istante.

Ogni discesa, ogni salto, ogni tuffo o curva sulle piste ha una storia a sé: di preparazione, paura, coraggio, sconfitta e vittoria. Non esiste un punteggio nazionale che possa racchiudere la fatica di Lindsey Vonn, il talento di Federica Brignone, la grazia di un Francesca Lollobrigida oppure la precisione di un Lisa Vittozzi, senza dimenticare la leggenda italiana Arianna Fontana.

Il medagliere fa comodo solo ai giornali. Fa comodo per la narrazione di massa. Ma per chi guarda davvero, per chi sente lo sport con occhi aperti, ha poco senso. Perché il vero spettacolo non è la quantità di ori, argenti o bronzi, ma la qualità dei momenti: il respiro trattenuto, il corpo che spinge oltre il limite, la mente che sfida la paura.

In questo senso, le Olimpiadi sono un mosaico di storie incredibili.

Quindi, mentre tutti parlano di numeri, ricordiamoci che lo sport non è mai stato una questione di numeri.

E sono le persone — singole, coraggiose, straordinarie — che fanno le Olimpiadi quello che sono.

A Milano‑Cortina abbiamo assistito a gesti che meritano di essere raccontati sport per sport:

  • Federica Brignone, capace di trasformare una stagione segnata da un grave infortunio in una vittoria olimpica – un esempio di resilienza e tempismo agonistico.
  • Lindsey Vonn, che con il suo tentativo di competere nonostante un ginocchio dolorante ha ricordato che, a volte, lo sport è coraggio prima che risultato.
  • Johannes Strolz, che ha saputo imporsi nella combinata spezzando gerarchie consolidate, mostrando come la disciplina alpina possa essere terreno di sorprese e riscatti.
  • Nel biathlon, atleti come Marte Olsbu Røiseland e Quentin Fillon Maillet hanno combinato precisione e velocità in condizioni avverse, esemplificando quanto equilibrio mentale e fisico siano centrali in sport dove un singolo errore può vanificare mesi di preparazione.
  • Nel pattinaggio di figura, prestazioni come quelle di Kaori Sakamoto hanno dimostrato che l’eleganza competitiva non è solo estetica, ma capacità di sostenere pressione e tecnica sotto i riflettori più intensi.



Questi Giochi, quindi, non vanno letti come una guerra tra nazioni basata su chi ha il medagliere più ricco. Piuttosto, vanno considerati come una collezione di gesti atletici, competenze specialistiche, imprese individuali che, combinate, compongono il mosaico dello sport olimpico.

Se lo sport ha ancora qualcosa da dirci, lo fa attraverso le storie di chi si misura con se stesso prima che con gli altri: chi supera un infortunio, chi perfeziona un gesto tecnico, chi trova un tempo migliore, chi cade e si rialza.

E sono queste storie — non il totale delle medaglie — a rendere memorabili i Giochi di Milano‑Cortina 2026.

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