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"If you talk to a man in a language he understands, that goes to his head. If you talk to him in his language, that goes to his heart." - Nelson Mandela

giovedì 27 giugno 2013

Brits do it better : Introduzione

Gli Inglesi sanno fare televisione. E che televisione.

Questo è un post introduttivo di una lunga serie che pubblicherò presto, dedicati ai telefilm Made in England.
Negli ultimi anni le idee seriali più originali e innovative arrivano sempre più spesso dall’Inghilterra, e anche quelle che possono a prima vista sembrare ‘classiche’, vengono affrontate in maniera nuova con una scrittura da fare invidia al 90% (vabbè dai facciamo 80% che oggi sono buona) delle produzioni americane e cinematografiche e con una cura maniacale nei dettagli, soprattutto nelle ricostruzioni storiche (Downton Abbey e Ripper Street, solo per citarne un paio), a tal punto da  piacerci guardandole pure senza l’audio.

Finora siamo stati abituati ad associare il concetto di serialità televisiva ai telefilm americani, a forza di seguirli abbiamo capito i loro tempi di programmazione, abbiamo imparato che hanno gli episodi speciali a seconda del periodo (come per Halloween o la Festa del Ringraziamento); che una stagione è solitamente composta da una ventina di episodi e di solito se una serie fa buoni ascolti la si porta avanti ad ogni costo, anche se poi finirà per snaturarsi e imbruttirsi, come è successo a Dexter (non uccidetemi) serie che amo follemente ma che penso sia stata  “tirata” un po’ troppo per le lunghe.
Ecco gli inglesi funzionano un po’ più per fatti loro.
Una delle prime cose da imparare è: “gli inglesi sono sintetici”.
Non vi ritroverete MAI a guardare una stagione di venti episodi, di cui 4 o 5, quando va bene, sono superflui o proprio brutti, ma al massimo di 1o o 12, al limite ci aggiungono lo speciale di Natale, se proprio ne hanno voglia. Se decidono che una serie deve avere 6 episodi state pur certi che non diventeranno magicamente 12 per stare dietro alle richieste del pubblico, non gli piace allungare il brodo, o il tè, e non girano costantemente, come negli USA, hanno anche altro da fare questi qui. Sanno essere meravigliosamente snob. Come solo i britannici doc sanno fare. ;)
Le date di inizio delle stagioni sono variabili, può succedere di aspettare due anni per la stagione successiva della nostra serie preferita (Sherlock: prima stagione 2010 e seconda stagione 2012) semplicemente perchè gli attori o gli autori avevano altro da fare, appunto, ma l’attesa è sempre ripagata.

Accennavo al fatto che tirano fuori idee originali e coraggiose che gli americani non si sognerebbero nemmeno, cito solo Hit and Miss, serie su un trans killer di professione che si ritrova inaspettatamente con un figlio, avuto prima di iniziare la transizione, di cui occuparsi; per non parlare degli scenari apocalittico-conspirazionisti di Utopia o della esasperazione tecnologica di Black Mirror; o la bucolica campagna inglese durante la post-apocalisse zombie, con degli zombie adorabili, di In The Flesh.
Quando non si avventurano in zone inaspettate riescono comunque a tirare fuori piccole perle come My Mad Fat Diary, teen drama ambientato nell’Inghilterra degli anni ‘90 che meriterebbe di essere visto anche solo per la splendida colonna sonora (chi ha detto Blur e Oasis?).
Una cosa che non smette mai di sorprendermi è che queste produzioni sono spesso targate BBC. Una tv pubblica, “LA” tv pubblica. Se penso che la cosa più ‘innovativa’ che la RAI è riuscita a partorire in questi decenni è stata “Tutti pazzi per amore” mi rattristo.

Sempre in tema BBC ci tengo a ricordare la splendida The Hour, ambientata alla fine degli anni ‘50 che racconta il primo programma di approfondimento giornalistico in diretta. Praticamente la BBC che racconta se stessa. Con atmosfere che ricordano vagamente Mad Men ma al posto di Don Draper, abbiamo una splendida Bel Rowley.
Mi fermo qui perchè quello che doveva essere un post introduttivo sta diventando una trattazione. Fra pochi giorni primo articolo su Sherlock.

@billabi